Partire tornare ... ripartire ritornare ... in un continuo inarrestabile viaggiare

10 aprile 2009

MOTO


La roccia, la pietra di questa terra, assemblata a disegnare case, a contenere vite, ad indicare il tempo. Borghi arroccati, aggrappati alle montagne, seguono forme naturali, lasciano il segno dell’uomo, della sua arte geniale.
Sono i presepi della notte, macchie di luce nel buio sparse sui monti. Vicini, tanto vicini da vedere il Gran Sasso. Uguali, tanto uguali da capirne la paura.
Trema la terra, trema e ti lascia indifeso, trema e ti toglie il sonno, trema e ti strappa la vita.
Stanotte si ricomincia con strade deserte e case crollate. Poi la luna piena e il cielo stellato. Ma non è sereno.
L’uomo è fermo, avrebbe voluto accorgersi che nulla fosse accaduto. Piange. Chiama. Urla. Non rispondono che macerie e morti. La furia ingigantita dall’oscurità.
Ma forse il fragore è stato davvero un incubo, un’allucinazione, adesso l’uomo si sveglia e, di nuovo, torna la stessa macchia di luce nel buio.
No. È certezza.
A quell’ora solo piedi che si muovono scappando, braccia chiuse ad abbracciare corpi, mani tese a farsi strada, occhi che guardano l’orrore.
Terremoto. Moto terreno che è ingestibile per non capirne nulla.
Si muovono le cose e non è il vento.

17 febbraio 2009

MASCHERE

Era Roma. Era inverno. Era Picasso. Le linee curve e gli spigoli.
È Carnevale. È colore. È Arlecchino, immaginato e reinventato, scomposto e ricomposto, esplosivo e discreto.
Era l'Arlecchino dell'arte al Vittoriano, tra disegni, dipinti e sculture, l’Arlecchino cubista che suona musica.
Strade piene di maschere, bimbi truccati e camuffati, perplessi nei buffi vestiti. Maschere vere, quelle che non si indossano per ingannare, maschere che devono rendere poliedrici ma lasciare sinceri, eterogenei senza essere finti.
L'Arlecchino continua a suonare note di colori sgargianti. Tutto blu, tutto verde, tutto giallo, tutto arancio, tutto bianco, tutto grigio, tutto lavanda, tutto mischiato. Lontano Guernica e le corride sanguinose, con le lacrime nere che si avvicinano.
Torna Arlecchino, resta colorato in un paese di bimbi che sorridono. Burlone nelle favole, buffone tra saltimbanchi e acrobati, stravagante tra la gente. Rattoppi con pezzi di stoffe diverse tra loro che si compongono in abito.
Variopinto il mio mondo, sotto l’acqua della doccia a giocare con la fantasia.

13 gennaio 2009

CIASPOLE

Un mattino d’inverno. Sulla neve il sole crea un gioco di luci, piccoli cristalli che si illuminano ad intermittenza, un immenso strato bianco che incontra il calore e incomincia a brillare.
A terra le orme di volpi e leprotti. In ordine lineare. Poi a mischiarsi quelle degli uomini, irregolari, incapaci di muoversi l’uno dietro l’altro. Si spostano segnando ognuno un suo percorso, ed ecco i solchi delle ciaspole accanto alle linee degli sci da fondo.
Fanno rumore le ciaspole sulla neve. Un rumore silenzioso che si unisce allo stridere dell’abbigliamento, in un ritmo preciso, a scandire il tempo di una camminata che resta comunque disordinata e buffa. È la posizione delle gambe a cui ti costringono le ciaspole.

Si mischia allora l’ordine al disordine, di nuovo. Il rigore del ritmo e la confusione delle tracce.
Vedo le piste camminando, e vedo i miei passi. Quando, ciaspolando, segui un sentiero, non devi mai dimenticare di fermarti a guardare indietro.
Lontano le curve delle cime innevate, belle come l’anno scorso e sempre capaci di incantare. Ancora una volta gli occhi a riempirsi di mondo, a impararlo a memoria questo orizzonte molisano che, più di ogni altro, mi appartiene.

24 dicembre 2008

BUON NATALE VERO

08 dicembre 2008

INTRECCI MENTALI

I luoghi si somigliano un po’ tutti. E se anche, a volte, dovesse mancare una qualche similitudine, riesci a trovarla, a convincerti che ci sia, ad inventarla. È il gioco bizzarro della mente che pesca tra gli oggetti, che li lascia stare dove non dovrebbero, per farti sentire protetta, al sicuro, per lasciarti tranquilla in un posto che, d’istinto, senti lontano da te; che li risposta quando hai imparato a conoscere, quando quelle cose, piazzate lì, non ti servono più.
Ci sono gli alberi, nel punto in cui il fiume corre a baciare il mare, dopo essersi buttato giù dalla gola, trascinato dalla corrente, come un innamorato che scappa frettoloso verso l’amore.
Stoffe colorate impigliate tra i rami. I ragazzi sotto a suonare chitarre, intrecciare collane, ad esibire la loro scelta di vita. E tu che fai volare gli aquiloni di quand’eri bambina, le strisce di carta dipinte che ballano nel cielo, che inseguono gli uccelli. Gli aquiloni si mescolano alle stoffe.
Qui nessuno ha fretta. Qui, dove il lento brucare delle caprette a pochi passi di distanza da te, ti lascia sognare ad occhi aperti di un mondo completo, con mare e montagna attaccati.
È il gioco bizzarro della mente, ancora. Forse.

Così il viaggiatore voltò le spalle all’isola, continuando a guardarla attraverso i ricordi. L’aereo decollò di sera, tra le luci accese della città, sempre più piccole e lontane, con le caprette in alto nel cielo e gli aquiloni aggrappati alle rocce sul mare.

18 novembre 2008

ETERNAMENTE

Il sole d’autunno riscalda solo se lo vai a cercare. Poi c’è la pioggia e, quando il sole torna, fa fatica a riprendersi il suo posto. L’acqua resta lì, a lungo, a mantenere bagnate le strade, a gocciolare dai balconi, a riflettere i palazzi.
Ho girato nell’isola accompagnata da un sole caldo, che restava a farti compagnia fino a sera, per ricomparire presto l’indomani. Niente pioggia.
Il rumore d’autunno è attutito dal buio.
Lì c’era il silenzio infinito e, ad un tratto, in un angolo nascosto, immerso nella natura, visto da lontano, non riconosciuto se non quando potevo toccarlo con mano, devo aver creduto che la vita era eterna, perché la morte era, tra quei nomi, con naturalezza parte della vita. C’era qualcosa di perfetto in quel luogo di riposo eterno. Ho sempre fatto fatica a parlare e scrivere di morte, perché per sentire vivi i morti, fin da piccola, non dovevo vederli morti. Penso a come potrebbe essere il sole adesso, a Novembre, se tornassi nell’isola. Qui gli alberi stanno diventando arancioni, rossi, gialli, marroni. Bagnati dalla pioggia. Perderanno le foglie, lasceranno vedere oltre. La vita.

30 ottobre 2008

INCERTEZZE

Il mare devi conquistartelo. Una lunga serie di gradini a strapiombo sull’acqua. I tornanti che cambiano la direzione del vento sul viso. Sono percorsi che permettono di non escludere nulla, che tornano a nascondere per poi riscoprire. L’immagine è in continuo movimento, cambia anche per un solo dettaglio, a volte impercettibile. Ogni passo verso il basso amplia il mondo. Si arriva ad un punto in cui terra, cielo, acqua, riescono ad essere immensi, bastevoli.
Poi la vista comincia a restringersi.
Si giunge in fondo, tra la sabbia e le onde.
È lo spettacolo che perdi, proprio quando pensi di averlo conquistato.

15 ottobre 2008

ODE

Cercata come un’anima gemella in rete, metaforico mezzo di conquista per esplorare la terra straniera, perfetto rifugio di gente capace di opporsi alla vacanza organizzata, compagna fedele di rettilinei, tornanti e gallerie, sorprendente protagonista di salite inaspettate, ma dove vai se l’auto a noleggio non ce l’hai?
L’incontro avviene il più delle volte in aeroporto. In caso contrario, il tutto è un segnale evidente che il lato logistico della vacanza farà acqua. Mentre il maschio della specie viaggiatore circumnaviga il veicolo evidenziando ferite di campagne di conquista precedenti, la femmina, con una rapidità da far invidia ai Ris di Parma, rintraccia tutte le tracce ematiche dell’abitacolo, lanciando chiari messaggi di quelle che potranno essere le regole igieniche di una convivenza duratura ,una volta rientrati in patria, e provvedendo ad eliminare gli ostacoli all'entrata nel veicolo con contestuale assunzione di posizione seduta. La macchia biancastra sul sedile viene immediatamente circoscritta e coperta con un pareo, sacrificato allo scopo e che dovrà restare lì, fermo e inamovibile.
La diffidenza iniziale, i più terribili pensieri su cosa possano averci fatto altri lì dentro, cederanno il passo, giorno dopo giorno, ad un affetto crescente. Con il trascorrere dei chilometri, mentre il viaggio prende consistenza, acquista profondità e il diario dei luoghi si riempie di immagini di strade e di ricordi dell’anima, sai che senza di lei non saresti andata lontano. Le dai il merito di soste in posti neanche citati, indenni dal passaparola generale. La ami per gli scorci fiabeschi che ti ha donato. L’accusi di averti legato a tal punto da farti soffrire nel distacco.Oggi, a viaggio finito, so che dietro ogni cosa della mia Creta viva e segreta, c’è la Hyundai Accent!

29 settembre 2008

GENTE

Il venditore di miele sulla strada. L’affittacamere dall’aspetto di un surfista in rottamazione. Il ristoratore tranquillo che non ha fretta di riempire il locale. L’automobilista per il quale la doppia striscia continua è nulla di più di un suggerimento. La fruttivendola che ispira genuinità. Il panettiere che ha disegnato i biscotti al sesamo. L’italiana dalle origini greche.
Gente spensierata, tra cui non riesci a sentirti straniero. La coppia in posa davanti casa, la loro conversazione gestuale, l’ospitalità di una succosa pera, l’omaggio profumato del basilico.
Gente strana. Il benzinaio che arrotonda in difetto il conto ed applica uno sconto di settanta centesimi, là dove in Italia sarebbero capaci di inseguirti per molto meno. Il barista che non avendo il resto a cinquanta euro, ti offre il caffè, là dove in Italia si cercherebbe, nell’intera città, qualcuno che ha da cambiare.
Gente felice, che confonde le taverne con le case. Odori misti a suoni. La musica popolare a sottolineare una visone della vita scandita da un ritmo lento, scaldata dal sole, scavata nel tempo.
Gente che canta per restringere lo spazio. Silenzio della natura per dilatare l’isola. Il sirtaki a fare compagnia, la voce del vento ad aumentare le distanze.
Allegria pura. Gente che vende i colori, tonalità racchiuse nei tappeti appesi al muro di casa mia. Pezzi di Creta venuti con me.

12 settembre 2008

CRETA

Era l’ultimo anno del liceo, l’anno degli esami di maturità e del viaggio premio nei luoghi mitologici. Con quell’idea chiara di cosa avrei fatto da grande, con quella voglia dentro di andare a vivere da sola. Avevo passato un sacco di tempo a studiare la storia vera o presunta della Grecia. Ne avevo imparato la lingua antica, l’avevo sfidata nelle interrogazioni, l’avevo amata, a tratti odiata per poi riamarla. Atene era una città confusa, caotica. Un tassista aveva dato prova di accelerate repentine, sgommando nel traffico. Nel sedile di dietro avevamo cominciato a danzare al ritmo di una guida convulsa, priva di regole, fino allo scatto finale che ci avrebbe indotti ad accendere una di quelle candele sottili che si trovano a mucchi nei monasteri ortodossi.
Mi era mancato il mare in quel viaggio. Sfiorato e desiderato.
Sono tornata. Con quell’idea cambiata di cosa avrei fatto da grande.
L’arrivo nell’isola di giorno. La virata sul mare ed un atterraggio a filo di roccia, che ha avuto un certo non so che di simile alla sensazione nel taxi. La roccia è il primo costante elemento che si presenta a chi decide di puntare ad est. Un rosso mescolato al marrone, al verde, all’azzurro, al giallo. L’isola del mare turchese, delle spiagge da conquistare, delle gole che tagliano la terra, dei paesini sperduti e disabitati, dei porti veneziani ricolmi di oggetti, dell’odore di aria pulita, del sapore di insalate, del suono chiaro delle cicale.
Un mondo infinito dove ritornare. Per poter cambiare idea su cosa fare da grandi.