Partire tornare ... ripartire ritornare ... in un continuo inarrestabile viaggiare

19 gennaio 2007

DANNATA INDIFFERENZA

Se in questo momento, mi fosse chiesto di scegliere un continente dove fuggire, dire l’Africa. L’Africa non araba, quella che ho solo intravisto nel sud del Marocco, alle porte del Sahara, con i piedi nudi nella sabbia del deserto, circondata da dune e da un silenzio irreale e magico, interrotto all’improvviso dal vociare festoso di bambini, accorsi perché incuriositi dall’uomo bianco, che poi, tra me abbronzata e i berberi, i bianchi erano loro. L’Africa, forse perché alcuni incontri sono incontri di odori e un viaggio in Africa è odore prima di ogni cosa, perché diverso da quello a cui siamo abituati, perché capace di scuoterti. L’Africa, perché ne sono attratta e perché mi somiglia spesso ma non mi descrive, con il suo scorrere del tempo, con le albe che sembrano essere sempre uguali, con i giorni che passano senza cambiamenti, per l’Africa povera che cammina ai bordi del mondo.
Vorrei andare in Rwanda, paese raccontato come terra stupenda da un punto di vista naturalistico, e chiedere scusa.
Non si ricorda quasi più il genocidio del 1994, in cui furono sterminate, per le rivalità tra Tutsi ed Hutu, circa un milione di persone. Non lo ricordavo neanche io, perché non se ne parla più o, forse, perché è talmente grande la vergogna che si prova da occidentali, da non volerne parlare. Fu il colonialismo europeo a iniziare a dividere le persone, con l’introduzione della carta d’identità etnica, ed a favorire i Tutsi affidandogli il potere. Nella realtà le due etnie non hanno nulla di diverso, appartengono allo stesso ceppo, parlano la stessa lingua, ma la storia spesso deforma le cose ed alimenta l’odio, quello di vendetta degli Hutu. “Ammazzate gli scarafaggi Tutsi” è stato il comando lanciato via radio. Per 100 lunghissimi giorni, seguendo un piano ben preciso, furono trucidati uomini donne e bambini usando machete e bastoni chiodati. È bastata la lucida pazzia di pochi, per scatenare l’inferno, ed è stata un’altra lucida pazzia, quella dei potenti del mondo, a permettere che le fiamme di questo inferno si propagassero indisturbate, con l’ONU fermo nella sua magnificenza di palazzo di vetro e gli altri paesi che si preoccuparono solo di rimpatriare i propri connazionali.
E poi quella orrenda abitudine di chi fa informazione, di spegnere i riflettori una volta che la notizia non è più da prima pagina, anche con un presente che risente di un passato incancellabile. Quel popolo ha voluto conservare, per molto tempo, i segni del genocidio, non ripulendo i luoghi del massacro, ma lasciando lì, visibili anche dopo un anno, le montagne di cadaveri, lì in Rwanda, il paese dalle mille colline verdi, che nella sua lingua ricorda: imitima yarakomeretse (la malattia dei cuori feriti).
Ho visto un film in dvd qualche giorno fa, Hotel Rwanda di Terry George, e non era una storia inventata.

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